SensibiLazione letteraria. (L’arte di far propri i pensieri e mutarli)

pessoa

Alcuni mesi sono trascorsi dalle ultime cose che ho scritto. Ho attraversato un sonno dell’intelletto grazie al quale la mia vita è  stata la vita di un’ altra, finalmente qualcosa che appartenga anche ad una persona qualunque, forse priva di intelletto, ma essere umano, incapace di sentire, di avvertire quella forma di limbo che è propria del dolore, della perdita. Ho avuto frequentemente una sensazione di felicità traslata. Non sono esistita, sono stata un’altra, ho vissuto senza pensare.

Oggi, all’improvviso, sono tornata a ciò che sono o sogno di essere. E’ stato un momento di grande stanchezza, dopo un lavoro senza particolare importanza. Ho poggiato la testa contro le mie mani, con i gomiti appoggiati all’alto tavolo inclinato. E, ad occhi chiusi, mi sono ritrovata.

Richieste, noia, il copione stampato nella mente a chiare lettere, perché uscire dal coro non porta mai risultati, essere in quanto amalgama di algoritmi buttati lì dal caso, il genio, la follia, merce di scambio, e te li ritrovi lì in piccoli colloqui telefonici, in due battute, e pensi monologo o mi auto estinguo?

In un falso sonno lontano ho ricordato tutto quanto ero stata, ed  è con nitidezza della vista di un paesaggio che mi si è alzata all’improvviso, prima o dopo tutto, la parte larga del vecchio podere di campagna, dove a metà della visione, l’aia era vuota, dove il falso sonno regna sovrano, pizzichi come carezze, per risvegliarsi da un torpore sconosciuto, per molti forse ambito, ma la mente non regna laddove esiste piattezza, laddove nessuno si premura di leggere queste quattro righe, in fin dei conti l’orologio economico segna sempre meno uno.

Ho sentito subito l’inutilità della vita. Vedere, sentire, ricordare, dimenticare: tutto questo mi si è confuso in un vago dolore ai gomiti, alla mente mormorante di idee, di nuove sfide, visioni interposte a ciò che siamo ma che forse saremmo se solo, se solo accordassimo la nostra chiave di violino, un regno senza principi, vassalli e valvassori, un regno nostro, solo nostro, la quiete dell’ufficio calmo, è per me fonte di un turbato rilassamento.

Quando ho appoggiato le mani sul tavolo inclinato e ad esso ho rivolto lo sguardo che doveva essere di una stanchezza piena di mondi morti, la prima cosa che ho visto, nel vedere, è stata una grossa cimice (assordante ronzio) posata sullo stanco faretto. L’ho contemplata dal fondo dell’abisso, anonimo e sveglio. Aveva dei toni verdi di una pianta di soia con un luccichio ributtante ma non brutto. Una vita, la stessa vostra vita, clienti in preda a crisi angosciose, ed angoscianti, eravate voi dinnanzi a quella creaturina verde, svolazzante, in cerca di calore.

Chissà se per ignote forze supreme (dei o demoni della Verità, clienti o amici nella cui ombra erriamo), anch’io non sarò la cimice verdastra che si posa un attimo davanti a voi ? Un pensiero facile ? Un’osservazione già vecchia ? Una filosofia senza sostanza ? Forse; ma io non ho pensato: ho sentito. E’ stato carnalmente, direttamente, con un orrore profondo e ho fatto il risibile paragone. Sono stata cimice quando mi sono paragonata ad una cimice. Mi sono sentita cimice quando ho creduto di sentirla. E mi sono sentita un’anima di cimice, ho dormito da cimice, mi sono sentita rinchiusa in un piccolo tovagliolo di bianca carta, come una cimice. E il più grande orrore è che nello stesso tempo mi sono sentita io, buttata nel wc, schiacciarla vorrebbe dire provocare un odore denso, meglio una lenta agonia annacquata.  Senza volere ho alzato gli occhi verso il soffitto, nel caso non scendesse su di me un righello supremo per schiacciarmi, o un foglio di carta per legare le mie ali ronzanti,  come io potrei schiacciare quella cimice con il mio righello o precludere il suo volo verso il suo caldo giaciglio di un rifugio. Per fortuna, quando ho abbassato gli occhi, la cimice senza fare rumore era sparita, un riparo tra i molti libri, sopravvivere ad un rigido inverno, calore della carta, rifugio dei sensi. Involontariamente l’ufficio era di nuovo privo di filosofia.

Io cimice fuori stagione, voi carta da buttare al macero, vincerà la cimice, nonostante tutto, perchè la volontà di soppravvivere è virtù di pochi, mentre voi piccoli pezzi di carta, potrete essere riciclati al cambio di stagione, pochi mesi e tornerete sotto mentite spoglie in questo gioco che non avrà mai fine.

Ringrazio Fernando Pessoa, per i suoi pensieri, per il suo malessere tradotto in parole.

1 Comment

  1. Ciao Chiara bel articolo!!!

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